21/09/2022 Oujda, Marocco. 

«I medici non ci danno speranza» il telefono si illumina e leggo "Mamma". Scrivo qualche riga, appoggio il cellulare, lo riprendo e cancello. Alla fine il messaggio di risposta sarà chiederle cosa intenda per speranza: «pochi giorni». Comincia così il mio viaggio di rientro;  due i giorni, una macchina, un autobus, due aerei, due treni e ancora un bus. Dal confine con l’Algeria a ritroso fino a quel paesino dove mio fratello è cresciuto per insegnarmi a pedalare senza rotelle e, adesso non c’è più. L’ultimo scambio di parole l’abbiamo avuto qualche giorno prima, lui era a casa e io su una nave. Abituati ad essere freddi sono state soltanto poche parole. Mi scusavo perché ero sempre lontano. Mia sorella chiama dicendomi che i medici lo stanno già accompagnando. Pochi giorni, quelli che mi bastano per arrivare a casa.

23/09/2022 Castelnuovo, Verona.

Mio padre cerca tenacemente di mantenere la dignità. Piange senza chinarsi, senza nascondere la faccia tra le mani. Non si strofina gli occhi, rimane con il volto eretto lasciando che le lacrime gli scendano sulle guance rugose. Nei suoi occhi vedo tutta la paura di chi ha adorato di più, cammina piano e vacilla. La carezza di mia madre che mi guarda e non sarà mai più la stessa, intrappolata nell’età della fede e lontana da quella della ragione. Saranno due giorni dove ognuno di noi si mescolerà come potrà al dolore, fermi ad occupare spazi ormai vuoti. Saremo come piante spontanee. Più di tutto rimarrà questo grande vuoto, l’impossibilità di urlare reagendo ad uno spavento. Un lungo grande lamento, il silenzio. Ma una cosa non cambia, non cercherò mai mio fratello sapendo sempre dove trovarlo.