L' imbalsamatore
«L’uomo non si manca mai di rispetto; se talvolta dà al corpo dei grandi animali il nome di cadavere, non attribuisce mai alla spoglia dei suoi simili quella di carogna.» Jacques Brosse
Carogna è la restituzione di un percorso a ritroso lungo una spirale discendente di chi -nel ricostruire meticolosamente un delitto- se ne scopre colpevole. Nella penombra del laboratorio, sepolto sotto il peso dei corpi, l’apprendista imbalsamatore salda il proprio debito ritraendo la morte. Morte non solo come evento biologico ma anche come limite, come conclusione di un'esperienza o di un'identità. Quando rimane negata, nascosta o invisibile, può influenzare profondamente l'idea stessa di alterità.
Lo sguardo di quelle carcasse disabitate diviene così opprimente che l’apprendista si domanda quale sia il suo ruolo, cosa l’abbia portato a prendere visione di tale atrocità, fatta di carne, sangue, ossa e interiora. Nascosto dietro a delle giustificazioni quali l’interesse scientifico e la ricerca personale, si trova a ritrarre quella pulsione possessiva che identifica l’essere umano e che da sempre lo porta ad appropriarsi con violenza e superficialità di ciò che è natura e vita. Riflessi dalla materia organica e catturati dall’apparecchio fotografico, le immagini raccontano dell’affinità tra il desiderio di dominanza e la disponibilità ad estinguere l’Altro. La fotografia dell’animale ormai dissacrato, smembrato e reso carogna, tradisce un ritratto dell’uomo intento ad inscrivere la propria immagine nel corpo estraneo, scarnificandolo per renderlo somigliante. Quel che resta sul tavolo dell’imbalsamatore non è che un’indagine sulla soppressione chirurgica ed emotiva di tutto ciò che è interiore. Carcassa e umano perdono i loro confini, scavandosi l’un l’altro con tale reciprocità da rendere impossibile stabilire chi in ultima istanza risponda al termine di Carogna.
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